Bekeke, una perla nella pianura veneta

Inizio dicendovi che questa visita si è conclusa con un abbraccio sincero e gli occhi colmi di commozione.

Un bel casino descrivere un incontro così penserete… Ve lo confermo!

Attraverso questo articolo misurerò la mia capacità di “svuotare” il cuore attraverso le parole, vediamo un po’ cosa ne esce… (mi riesce meglio con le bottiglie, di questo ne sono certa!)

Vi confesso i due motivi per i quali mi sono avvicinata alla postazione di Simone Maculan in occasione del Bassano Wine Festival: il primo le etichette, pulite, semplici e minimaliste; il secondo nessuna bottiglia di Prosecco nonostante l’azienda sia ubicata a Roncade, in provincia di Treviso. Non ho lasciato trascorrere nemmeno un mese da quell’assaggio che mi sconvolse i sensi, non ho resistito, e la settimana successiva ho contattato Simone per organizzare una visita in cantina.

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Sguardo eloquente, un sorriso rassicurante e timido al tempo stesso, ho avvertito in Simone quella sensazione che fosse una cosa inconsueta ricevere visite.

Classe 1963, agronomo, nella vita è consulente per varie società in tutto il mondo, ma il richiamo della sua terra, della vigna lo porta a inseguire questo amore tanto da ottenere una seconda laurea in enologia all’età di trentotto anni. “Ogni quindici giorni partivo per la Francia senza dare notizie a casa di dove fossi, di come stessi… Ero troppo preso ad imparare dai vignerons, mi sono state aperte le porte delle più grandi cantine francesi e non pensavo più a nulla” – continua – “poi la mia più importante esperienza è stata quella da colui il quale poi è diventato un amico straordinario, Enzo Pontoni dell’Azienda Miani nei Colli Orientali del Friuli e sempre qui ho avuto modo di apprendere anche grazie a Girolamo Dorigo”.

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La prima tappa è tra i vigneti situati in pianura su un terreno composto nei primi quaranta centimetri da argilla e nei tre metri sottostanti da carbonato di calcio, in dialetto veneto “caranto”. Cinque ettari vitati, su trentadue di proprietà, dove sfilano allineati e ordinati filari di Merlot, Verduzzo Friulano, Pinot Grigio, Carmenère e Cabernet Sauvignon. Impiantati tra il 1997 e il 2001 Simone mi racconta delle difficoltà incontrate durante la crescita delle barbatelle in quanto appartenenti ad una partita con qualche problemino. Ma l’esperienza nel campo porta Simone a risolvere tutte le complicazioni, riuscendo a condurre i suoi amati vigneti nel modo più artigianale possibile.

Le potature sono corte, l’intervento che viene attuato è a base di solfato di rame, vinavil e acqua al fine di cauterizzare le ferite della pianta.

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Alla base della vite noto dei grappoli ormai essiccati, alla mia domanda del perché Simone sorride e replica: “i me ciapa par mato” (mi dicono che sono pazzo), in pianta lascia solo due/tre grappoli per una resa di 35 ettolitri per ettaro sui rossi e 45 ettolitri sui bianchi, il resto lo restituisce alla terra. Ogni dettaglio non è lasciato al caso, Simone cura tutto, ha addirittura predisposto i vigneti alla meccanizzazione nonostante la vendemmia sia scrupolosamente manuale ma lui sostiene che non si sa mai cosa accadrà in futuro…

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Continuiamo la nostra passeggiata verso l’estremità della vigna e lì incontriamo le vecchie piante (cinquant’anni) di Merlot, quelle del padre. Lungo questi tre filari si respira un’aria diversa, forse sofferente, forse nostalgica, di profondo rispetto. Qui Simone tocca la vite in un modo diverso, la accarezza e sembra quasi parlarle, sussurrando di resistere una vendemmia ancora. Io sono spettatrice silente di questi attimi contemplativi.

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Simone a questo punto mi chiede se ho tempo per visitare il suo capannone, che io definisco il tempio della vinificazione. Ricordo la sua affermazione al Bassano Wine Festival: “in cantina entro solo io e la mamma, non voglio nessun’altro […]”.

Ci sono solo botti piccole destinate al Merlot e al Cabernet Sauvignon, botti grandi per il Carmenère e tini in acciaio per i bianchi, l’area di movimento è calcolata per uno, solo per Simone, alla mamma basta solo un piccolo spazio per avviare le pompe durante il travaso ed aiutare il figlio durante l’applicazione delle etichette.

Altra chicca… Torchiatura tutta rigorosamente a mano.

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I lieviti impiegati sono selezionati ma Simone ci tiene a sottolineare che sono i Laffort, quelli utilizzati per molti dei grandi vini francesi. A tal proposito riporto le parole del prof. Moio rilasciate a Intravino e ribadite dallo stesso Simone: “Un lievito selezionato non è altro che un lievito naturale identico in tutto – stessi metabolismi, stessi cromosomi, stessi geni – al cosiddetto lievito indigeno, con la differenza che è stato isolato dal suo ambiente naturale nel quale era indigeno ed è stato caratterizzato nelle sue varie attività. Proprio perché “scelto”, non fa cose dannose per l’uomo e per la qualità del vino”.

Laura ti va di assaggiare un po’ di Merlot da botte? Non è ancora pronto ma voglio comunque fartelo provare. Onorata. Lo vedo scalare le botti fino a raggiungere quella prescelta e quando mi allunga il calice iniziamo a condividere storie di vita […]

Bekeke è il soprannome della mamma, Massimina, ogni bottiglia riporta il nome di un componente della famiglia e quando arriviamo al Gisto, il Merlot, gli occhi di Simone si riempiono di commozione e la voce trema. Il ricordo vivo di un padre scomparso precocemente, un Maestro che ha interrotto troppo presto le sue lezioni lasciando un vuoto incolmabile.

L’emozione mi ha attraversato ogni parte del corpo, quella che non riesci a trattenere, quella che ti disarma dinnanzi ad un uomo così forte e intraprendente quanto sensibile.

Tiriamo un sospirone, insieme, il tannino ci aiuta 😉 Simone mi rivela che lo deve migliorare e che per farlo userà albumi con un pizzico di sale, quel composto che io solitamente monto a neve per realizzare la torta di mele 🙂

Sappiate che non troverete tutti i millesimi dei vini Bekeke infatti, quando l’annata non convince, Simone vende l’uva e non imbottiglia.

I bianchi effettuano due giorni di macerazione e l’attesa prima della messa in commercio è di due anni, nei rossi invece bisogna attenderne cinque. La produzione totale è di diciottomila bottiglie.

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La degustazione dei vini di Bekeke è stata tra le più suggestive mai affrontate, uno degli impatti più rumorosi mai avuti al palato.

Del suo Bekeke, il Verduzzo Friulano 2009, conservo il ricordo di un manto dorato vivo nel calice, la massa sfila ricca e sinuosa, profumi di camomilla che si trasformano in fresie, pesca a polpa gialla matura e un nitido sentore iodato, di alga marina che si trasforma in onda sapida, quasi salata al palato con un finale luuungo che riprende la polpa gialla del frutto.

Si passa a Marietta, un’espressione di Pinot Grigio sulla quale non ci si può non soffermare ad osservarne il colore rosa cipria e la luce che parte da ogni punto del bevante. Ci sento la rosa canina e una caramella al ribes e alle erbe balsamiche di montagna. Sorso dinamico e integrato in tutte le sue componenti. Alto rischio di terminare la bottiglia prima dell’arrivo dell’antipasto. Dimenticavo: annata 2009; ripeto: Pinot Grigio.

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Il calice si tinge completamente di rosso, con gradazioni purpuree all’arrivo di Tania, il Carmenère 2009, che si dimostra di carattere selvaggio e poco ospitale. In prima battuta si sente il verde del varietale (pensiamo che in tempi passati si pensava fosse Cabernet Franc), sa di corteccia e di foglie dopo un temporale di agosto, giungono l’amarena sotto spirito e sbuffi di noce moscata. Il sorso arriva intenso, avvolgente, va domato così come accade in vigna per portare a vendemmia questa tipologia d’uva.

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Gli ultimi due assaggi sono riservati a quelli che a mio avviso sono due grandi interpretazioni di vitigni internazionali vinificati in purezza e dove Simone regala tutta la sua esperienza d’oltralpe.

Beto 2009 è il Cabernet Sauvignon che avvolge tutti i sensi con la sua eleganza, raffinatezza e maturità. La spezia è dolce e il frutto in confettura (di mirtilli?), percepisco quella cosuccia che amo tantissimo… l’Aftereight, quel quadratino di cioccolato fondente con cuore alla menta 😉Palato bilanciato con un plauso riservato alla nobile trama tannica che sembra raccogliere tutto e accompagnarti verso il finale di bocca.

Arriviamo all’ultima etichetta di casa Bekeke, Gisto, il Merlot dedicato al padre. Vendemmia 2009. E’ che qui quando dici Merlot ti viene da pronunciarlo con la erre moscia. Il mio appunto di degustazione ve lo riporto tale e quale: naso mistico e cupo, non si lascia avvicinare, ha bisogno di conoscerti e di prendere confidenza, si deve poter fidare di te. Qui si sentono tutte le radici in senso lato e non. Un frutto rosso medio/grande che gioca con la spezia della barrique. Il palato? Idem ma invece che “con patate” scrivo con tanto estratto (da non confondere con la concentrazione). Penso: ma se dinnanzi a me avessi altri quattro famosi calici di Merlot che succederebbe? Da provare 😉

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Simone Maculan contadino per passione e “nel rispetto della gente che vorrà avvicinarsi ad un mio calice di vino”. Un esempio di come l’amore per le proprie origini possa essere la benzina quotidiana per trasferire emozioni trasformando questo in una missione di vita.

Potrete incontrare Simone e i suoi vini in occasione dell’evento Bacco a Palazzo che si terrà a Ferrara il 21 e 22 gennaio. Qui il programma. 

Simone Maculan – bekeke@virgilio.it

 

 

Laura Vianello

LaJolieSommelier