L’Erta di Radda – Il sogno di Diego


In occasione del SangiovesePurosangue, evento magnifico organizzato dall’EnoclubSiena, che ormai da tre anni consecutivi mi porta in Toscana, quest’anno ho deciso di fermarmi una notte a Radda in Chianti (che adoro!) e dedicarmi alla visita di alcune realtà enoiche.

Quella di cui scriverò oggi appartiene a Diego Finocchi, mio coetaneo (un anno più, un anno meno) e della sua sfida nata quando ancora ventiquattrenne decise di acquistare quei cinque ettari di vigne di sessant’anni.

L’appuntamento è a Radda, in paese, giusto il tempo per un caffè ed ecco che arriva Diego con il suo pick-up che io definisco “da campagna” e mi invita a salire a bordo.

La prima fermata è nelle sue amate vigne e qui arriva nell’immediato la risposta visiva alle mie prime due domande: perché “L’Erta di Radda”? Perché non potevo venire con la mia Smart?

Ok, ci sono! La pendenza è davvero tanta, proibitiva per la mia biposto e geniale per la scelta del nome.

Qui inizia una delle mie più belle chiacchierate, vuoi per l’ambiente suggestivo che mi circonda, vuoi per il grande coraggio che Diego possiede per inseguire il suo sogno. Un vero guerriero. Di quelle persone che senti già di stimare a prescindere poi dal calice.

Nella vita “precedente” Diego ha sempre svolto la mansione di consulente per varie aziende del Chianti Classico e quando dieci anni fa gli si presentò la possibilità di acquistare questa manciata di ettari, ha voluto cogliere questa occasione, come fosse quasi un segno del destino, per poter creare la sua interpretazione di Sangiovese, ma non solo…

“All’epoca mi dedicavo corpo e anima in questo progetto poi due anni fa ho dovuto rallentare un po’ in quanto è nata la mia prima figlia e sette mesi fa la seconda, sono solo, non ho dipendenti pertanto devo cercare di ottimizzare al massimo tempi, costi e fabbisogni”. Mi indica un campo vuoto, solo terra, appena pulita da ciò che prima la abitava ovvero delle vecchissime viti di Trebbiano e Malvasia Toscana (o Malvasia del Chianti) e con occhi speranzosi mi rivela che in quel appezzamento dovrebbe erigersi la chiusura del suo cerchio: la realizzazione della cantina, il suo sogno.

Porta lo sguardo verso un punto indefinito e mi confessa tutti i sacrifici quotidiani che questo suo progetto comporta tanto da chiedersi se la scelta di dieci anni fa sia ancora quella giusta, se forse la strada da seguire sia quella del suo precedente lavoro.

Interrompo la sua catena di pensieri intervengo dicendo che se dal Veneto una semplice appassionata è venuta a conoscere questo vignaiolo forse qualcosa di buono c’è, se Castagno, Gravina e Rizzari hanno dedicato a “L’Erta di Radda” le pagine 182 e 183 nel loro “Vini da Scoprire” Giunti Editore, forse magari fai anche il vino bbbono caro Diego?

Sorride e prosegue dicendo: “me lo dice sempre anche la mia compagna”.

E’ arrivato il momento di degustare e per farlo dobbiamo portarci nella sua dimora, tipico casale in pietra faccia a vista, il giardino molto curato e nulla risulta essere fuori posto.

Entriamo nel suo deposito e penso subito a mio padre e al “classico” disordine maschile nel quale però (lo so bene, i gesti e le movenze di Diego me lo confermano) loro si ritrovano perfettamente, ci sediamo uno dinnanzi all’altro attorno ad un tavolo rotondo per quattro persone.

Chiedo scusa già da ora se nella descrizione dei vini non sarò tecnica ma amo scrivere ciò che percepisco all’atto della degustazione, ciò che mi colpisce.

Iniziamo…

Il bianco 2016

Ultima annata di questa selezione di Trebbiano e Malvasia Toscana in quanto quelle vigne sono quelle del campo descritto pocanzi, la produzione del 2017 proviene da vigne prese in locazione.

Pulizia e delicatezza aprono il sipario ad una sensazione che si fa più intensa al palato dovuta sia dalla percentuale di Malvasia Toscana che dalla breve macerazione di quattro giorni che Diego sceglie di effettuare. Una scia sapida che stacca da tutto e che regala un inaspettato finale vibrante.

Due&due 2015

Si chiamava “Com’era” e in effetti il libro “Vini da Scoprire” lo riporta con il vecchio nome, ma quando Diego andò a registrare il marchio, dovette cambiarlo in quanto già un vino lo possedeva (una storia buffa davvero).

L’uvaggio impiegato è quello di un tempo, del barone Ricasoli, ovvero Sangioveto, Canajuolo, Malvagia con una piccola aggiunta di Trebbiano. Ecco svelato il motivo del nome del vino: due vitigni rossi e due bianchi.

Al calice avverto delle note succose e concentrate e Diego mi spiega che in questa annata ha impiegato la tecnica del Governo alla Toscana. Lo concepisce come il vino da consumare dalla primavera a fine estate.

Chianti Classico 2014

Quando il Sangiovese indossa questa veste fresca, leggera ma di alta qualità, mi affascina e mi crea dipendenza. Mi dona una languida sensazione fumé. La sua sapidità in chiusura, mi cattura e mi lascia in silenzio per qualche minuto (nemmeno mia madre ci riesce).

Annata 2014 tutta da rivalutare a mio modesto parere.

Chianti Classico 2015

Interpretazione dell’annata in Radda: concentrazione maggiore rispetto al 2014 con un tannino pieno di “grip”. “Un vino che va atteso” dice Diego. Assolutamente d’accordo, infatti, a mio avviso, ha avuto l’accortezza di farmi assaggiare prima la 2014 e poi la 2015 proprio per farmi capire all’instante le potenzialità del suo vino.

Stavo scrivendo le mie conclusioni nel mio taccuino quando Diego mi chiede se ho altri 5 minuti da dedicargli… ‘A voglia!

“Vorrei farti assaggiare il mio Vin Santo/non Santo”

Il Dubbio 2016

A tutti gli effetti è un Vin Santo ma a causa di una mancata registrazione burocratica non può essere considerato tale (solite menate!).

Capto sia nei profumi che nel finale di bocca questo ricordo netto di Marsala, lo comunico a Diego lui spalanca gli occhi e mi dice: sai i saggi mi dicono che il Vin Santo sarebbe meglio farlo affinare nelle botti dove ha sostato il Marsala e siccome mio padre lavora per una ditta di mobili, me la sono fatta portare dalla Sicilia approfittando del fatto che stava sistemando un albergo vicino a Marsala.

Lo produco dal 2006, quando mi prende l’attimo di follia”. Esegue due vendemmie di Trebbiano e Malvasia Toscana: una in vigna, quella tradizionale; la seconda nel suo deposito dove appende ad una rete ogni singolo grappolo e lì lo lascia ad appassire fino a fine dicembre.

100 kg d’uva per 30 lt di liquido alcolico.

Vini sottili e delicati, quasi femminili (qui Diego mi butta una battuta: sarà il mio cognome…), ma di carattere deciso con una tenacia da vendere.

Una realtà da toccare con mano, ma se si è fuori dalla portata cercatelo e provatelo, magari ci troveremo il prossimo anno a Siena per il SangiovesePurosangue e ne degusteremo un calice insieme, chissà…

Laura Vianello
LaJolieSommelier