Oltrepò Pavese 2.0 #lasceltagiusta

Ho avuto parecchi incontri con Lui, spesso si è presentato dinnanzi a me ed ogni volta mi convinceva sempre più, a tratti si concedeva in altre occasioni invece mostrava il suo lato fragile, quello determinato dal suo passato. Quel passato che lo ha ferito nell’anima, un trascorso difficile di quelli che ti mettono a dura prova… Ma in questi casi la vita ti pone davanti ad un bivio (esperienza personale docet): o ti lasci sopraffare da “quel che sarà” oppure ti rimbocchi le maniche, inizi curando le tue ferite, cambiando le tue priorità e valorizzando ogni singolo istante perché non è importante tanto la quantità ma la qualità di tutto ciò che ci circonda.

L’Oltrepò Pavese (che d’ora in poi chiamerò OP) oggi ha scelto la seconda strada e a confermarlo sono stati i miei giorni trascorsi in questa terra meravigliosa, a consolidare questa teoria sono soprattutto i vini e la voce di chi ogni giorno entra in vigna, guarda al futuro raccogliendo le proprie uve, portandosele in cantina, facendole fermentare e imbottigliando il risultato finale. Chi sceglie di metterci la faccia e la firma in ogni singola etichetta.

Raccontarvi di ciò che ho visto, di quello che ho respirato, della gente che ho conosciuto e di ciò che ho bevuto (tanto 🙂  ) è dovere di fedele winelover perché se voi aveste vissuto un’esperienza tale io pretenderei me la raccontaste perché il vino è condivisione e non vince chi prima arriva, non vince chi ne ha di più, non vince chi lo fa meglio, non vince la polemica: l’OP ha bisogno di unione e non di guerre, l’OP ha bisogno che diciate la vostra quando lo incontrate nel vostro calice.

Per capire cos’è l’OP e perché sia così “nascosto” a molti palati provate a fare questo test… Prendete una dozzina di eno-appassionati, persone che si stanno avvicinando al mondo del vino, mettete dinnanzi a loro una carta geografica dell’Italia e invitateli a segnare con una penna l’Oltrepò… E’ assolutamente ‘normale’ che si trovino spiazzati dalla vostra domanda e reclameranno così: “ma ti sembrano richieste da fare?” – a ruota segue – “Oddio come faccio a non saperlo?”.

Ecco svelatovi il primo motivo che mi porta a scrivere questo articolo.

OP mappa

Se ne parla ancora troppo poco di questo comprensorio vitivinicolo che conta ad oggi 13.500 ettari di superficie vitata. E’ una delle più vaste aree italiane atte alla produzione di vino. Confina con Piemonte, Emilia e Liguria. Ci troviamo al quarantacinquesimo parallelo Nord, “quello del vino”, a metà strada tra l’Equatore e il Polo Nord, latitudine ritenuta ottimale per la vite, la stessa di Bordeaux, del Piemonte e dell’Oregon.

Una regione a forma di “grappolo d’uva” colma di storia come testimonia il tralcio di vite fossile risalente ai tempi preistorici e conservato presso il Museo archeologico di Casteggio. “Vino buono, popolo ospitale e botti di legno molto grandi” documentò lo storico greco Strabone nel 40 a.C., Plinio il Vecchio ne scrisse di “una viticoltura florida nelle località di Clastidium (Casteggio) e Litubium (Retorbido)”.

Nel 2018 io ne scrivo come un territorio che mi ha completamente catturata, un areale che consiglierei di vistare ai miei migliori amici, vini che mi hanno colpita per eleganza, forza, beva e longevità. E sono arrivata quindi alla seconda ragione di questo pezzo. Ma credetemi che di ragioni ce ne sono mille e più, ve lo dico degustando un calice de “Il Beneficio” di Alessio Brandolini, un Rosso IGT a base di uve Croatina e Barbera provenienti dalle sue vigne a San Damiano al Colle.

Accompagnata da due fedelissimi amici, Alessandra Gianelli e Matteo Maggi dell’azienda Colle del Bricco, ho alzato il sipario su questa eno-realtà partecipando a una degustazione guidata da un grande (in tutti i sensi 🙂 ) Fabio Marazzi titolare della Cantina Scuropasso presso il locale Alvolo di Pavia. Le sue effervescenze a metodo classico hanno grinta, corpo e lunga vita sui lieviti. Sono stata affascinata dalla sua comunicazione di territorio come dovere, come priorità, dando spazio e voce anche agli amici produttori che presenziavano alla serata: Alessio Brandolini, Valeria Radici (Azienda Frecciarossa), Andrea Picchioni e Matteo Maggi. Mentre ci venivano serviti dei sandwich gourmet era assolutamente unico vedere Alessio versare con entusiasmo i vini di Fabio.

Un Gin Tonic al Radici di Pavia, una passeggiata per le vie del centro era ciò che ci voleva per concludere la serata nel migliore dei modi.

 

BW
Fabio Marazzi (sx), Alessio Brandolini e Matteo Maggi

 

Ciò che volevo afferrare di questo territorio era l’espressione della vinificazione in rosso, cogliere le sfumature, comprendere fino a che punto arriva la qualità del Buttafuoco, della Barbera, del Pinot Nero e delle espressioni della Croatina, dell’Uva Rara, della Vespolina e dei vitigni internazionali. Ed eccomi a raccontarvi delle mie visite in cantina nell’OP Orientale , ma questa volta non stilerò un elenco di nomi e vini. Voglio potervi accompagnare in una sorta di viaggio virtuale e mostrarvi tutto ciò che ha mi ha colpita.

Vitigni OP

Per fare ciò sento l’esigenza di visitare la vigna, comprendere e osservare la conduzione, come il vignaiolo enuncia la sua storia mentre guarda i suoi filari, li controlla, li sistema. Captare quanto sente forte il senso di responsabilità in vigna. Pendenze che arrivano al 50% e oltre, calpestare la terra senza troppo staccarmi dai filari per paura di scivolare e diventare un involtino di terra bagnata con una spolverata di erbe aromatiche. Ricordo come i filari di Matteo Maggi si distinguevano dai vicini per il loro tappeto verde, l’anfiteatro naturale dove cresce la Barbera di Claudio Bisi, il sole della Val Solinga che accoglie le vecchie vigne di Andrea Picchioni, ampie e distensive le vigne di Andrea Buscaglia, salire a Montecalvo Versiggia presso l’azienda San Michele ai Pianoni e ammirare il tramonto che dipinge dei toni più caldi tutto il panorama. Smetto di fare foto, da quassù tutto è così bello da togliere il fiato.

Vigne OP

Tutto l’ecosistema che si muove attorno ha dell’incredibile, ogni zona cambia colore, i differenti contrasti cromatici tra suolo e vegetazione nonostante fossi ad una manciata di kilometri tra una azienda e l’altra.

Io non voglio sembrare semplicistica ma credetemi che mi trovo in forte difficoltà nel dirvi gli assaggi più convincenti perché qui la qualità indossa un vestito diverso a seconda del suo terroir, del suo stilista, della sua annata. Ma sempre di eccellenza si parla!

Le esperienze che mi hanno dimostrato ciò sono state per l’esattezza tre, oltre alle visite in azienda: le due cene con i vari produttori e con la presenza dei loro vini più rappresentativi (Paolo Verdi, Giacomo Baruffaldi, Fabio Marazzi, Christian Calatroni, Gianmaria Vercesi, A Torti, Valeria Radici) e il pomeriggio trascorso nel Club del Buttafuoco Storico ove il presidente uscente Giulio Fiamberti mi ha avvicinato al Buttafuoco raccontandomi delle sue origini, caratteristiche, diverse zonazioni, e di quanto questa DOC possa essere fondamentale per rilanciare l’OP. Vi rimando qui al sito. Un doveroso ringraziamento lo devo ad Andrea Picchioni che ha pensato, concretizzato e presenziato durante questi momenti di formazione e convivialità.

FotoJet

Dedicherò spazio al mio blog per descrivere delle singole realtà visitate. Nel frattempo provvederò a pubblicare nel mio spazio social etichette con piccole descrizioni dato che dall’OP sono tornata con una quarantina di referenze #veryhappy

Avviandomi alla conclusione mi auguro nel mio piccolo di avere stuzzicato l’interesse, con l’auspicio che il prossimo vostro calice sia di OP e che il futuro viaggio enoico possa ripercorrere quelle piccole strade che risalgono le colline tra i vigneti e i sorrisi della gente.

Per approfondire insieme questo tema vi aspetto il 28 marzo 2018 ore 20:30 presso il Novotel – Mestre (VE). Provvederò nei prossimi giorni a pubblicare qui il link per iscriversi alla serata di degustazione #staytuned

 

Laura Vianello

LaJolieSommelier